
"L'Islam politico in Somalia: radici storiche e pragmatismo contemporaneo"
Articolo di Luca Puddu che si può scaricare dal sito della rivista Equilibri
"Rifugiati e Sfollati Somali"
Intervento di Rahma Mustafa
Il fenomeno della migrazione dei Somali per rifugio o richiesta di Asilo Politico nasce in modo regolare nella seconda metà degli anni ottanta. In quel periodo infatti le classi più agiate e quelle più legate all’ambiente politico o ai vertici militari avevano sentore che la rapida perdita di consenso del dittatore Siad Barre sfociasse in un clima alterato e subodoravano un imminente stato di confusione generalizzato per tutto il paese.
In questo clima partivano i primi Somali, anche molto giovani, verso i paesi amici soprattutto l’Italia spesso con la speranza di ritornare quanto prima o comunque con l’aspettativa di approdare in uno dei paesi più belli del mondo e di acquisire un bagaglio culturale che possa essere utile per la
propria patria.
Con la destituzione di Barre (1991) si pensava che l’ordine fosse ristabilito in poco tempo tanto che la maggioranza della popolazione cercava di mantenere il proprio status sociale conservando i propri terreni e le proprie case, il proprio lavoro cercando quindi di vivere come sempre. Ma la situazione andò ad inasprirsi sempre di più e con “l’inutile” intervento militare internazionale unito al fallimento delle missioni ONU la Somalia piomba nel caos e la popolazione sente che la guerra non sarà più così veloce. E’ il periodo dei War Lords e delle violenze perpetrate da questi capi clan che sottomisero la popolazione e la costrinsero alle prime grandi fughe dalle città in cui vivevano. Questo è anche il periodo dei massacri in gran parte delle regioni del sud (terre fertili del paese).
Le migrazioni furono più sistematiche nel periodo tra il 1991 e il 2004 tanto che si arrivò a creare dei business sulle migrazioni. I primi veri e propri viaggi della speranza in cui uno della famiglia raccoglieva tutte le proprie risorse economiche per pagare l’organizzatore del viaggio e garantirsi un posto per partire e non sapere dove arrivare spesso e volentieri anche a piedi (tarib).
Arrivano così gli anni del Governo di transizione (2004), delle corti islamiche (2006), dell’intervento delle forze Etiopiche (2006) e ogni anno che la guerra continuava e ad ogni fallito tentativo di riconciliazione le migrazioni aumentano e diventano dei veri e propri esodi di persone che lasciano una parte della famiglia per ricominciare da zero la propria vita in paesi lontani e culturalmente diversi.
La guerra ha definitivamente spezzettato sempre di più il paese e le varie suddivisione in clan, i sub-clan e sub-sub-clan diventano uno strumento, spesse volte un pretesto, per inasprire le divergenze tra somali stessi, tra la gente comune che mai prima si sarebbe sognata di diventare così crudele con i propri fratelli. Gli interessi che sono sorti e dilagano con il corso della guerra riducono la Somalia ad una terra senza regole, senza case, senza familiari su cui contare, senza cibo.
Arriviamo intorno a 2007 fino ad oggi, La popolazione somala è stremata dal caos dalle violenze e dalle epidemie e inizia a fuggire soprattutto da Mogadiscio per stabilirsi in una città a 30 km ad ovest della capitale, la città di Afgoyee.
Inizia il fenomeno degli sfollati interna (Internal Displaced People IDP), presto centinaia di migliaia di persone andranno a formare quello che oggi viene chiamato il corridoio di Afgoyee e la gente fugge da ogni parte verso ovest in Etiopia, verso sud in Kenya e verso nord in Yemen. A settembre 2009 i rifugiati arrivano ad una media irrefrenabile di 6.400 al mese, aumentando la pressione sulle già sovraccariche infrastrutture e risorse dei campi di Dadaab, nel Kenya settentrionale, che attualmente ospita il triplo della popolazione per cui era stato progettato. Accanto alla guerra ed al caos la popolazione deve fare i conti con le epidemie e con le variazioni climatiche che alternano periodi di siccità a periodi di piogge torrenziali (come il fenomeno del el nino). I rifugiati che vivono nei campi di Dadaab e Kakuma in Kenya sono soggetti ad inondazioni e rischi sulla salute. Uno dei più gravi problemi, infatti, legato alla presenza di così tante persone all’interno di campo profughi è lo smaltimento dei rifiuti e il conseguente rischio di malattie infettive.
A febbraio di quest’anno l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha iniziato il trasferimento di rifugiati somali dal centro di transito etiope di Dolo Ado, vicino al confine con la Somalia, a un nuovo campo a Melkadida, a circa 65 km di distanza.
Melkadida è il secondo campo nell’Etiopia sud-orientale e il quinto del paese ad ospitare rifugiati somali. Il primo, Bokolmanyo, aveva aperto nell’aprile dello scorso anno per dare alloggio a 20.000 rifugiati ha ormai raggiunto la sua capacità massima. Il terreno su cui è stato edificato il nuovo campo di Melkadida è stato concesso dalle autorità locali. Il campo può ospitare fino a 20.000 rifugiati e l’UNHCR insieme ai suoi partner sta intensificando il lavoro per ampliare le infrastrutture di base, tra cui l’acqua e i servizi igienici, un centro medico, importanti strutture comuni primarie e un centro per minori. E’ inoltre prevista la costruzione di scuole e di altre infrastrutture e servizi.
Dopo l’arrivo a Melkadida i rifugiati trascorrono tre giorni in un’area di accoglienza e poi si trasferiscono nei lotti di terreno loro assegnati. Attualmente sono state montate delle tende d’emergenza nell’attesa che siano terminati gli alloggi permanenti. Ai rifugiati vengono forniti cibo,
teli impermeabili, coperte, set da cucina, taniche e zanzariere. Secondo i programmi dovranno essere trasferiti dal centro di transito al nuovo campo 500 rifugiati a settimana.
L’Etiopia ospita già oltre 60.000 rifugiati somali in quattro campi -Au-Barre, Bokolmanyo, Kebribeyah, e Sheder. Sono in media 200 al giorno i somali che arrivano in Etiopia e l’UNHCR ha già in programma di costruire nuovi campi vicino a Melkadida.
All’apice della crisi somala dei rifugiati nei primi anni ’90, la regione ospitava 628.000 rifugiati in otto campi. La stragrande maggioranza di quei rifugiati è tornata a casa tra il 1997 e il 2005.
A metà del 2005 l’UNHCR aveva chiuso tutti i campi tranne quello di Kebribeyah. Sfortunatamente, a causa del riaccendersi del conflitto e della violenza generalizzata nelle aree centro-meridionali della Somalia, è stato necessario aprire tre nuovi campi in Etiopia nel 2007, nel 2008 e nel 2009. In più i continui combattimenti e la violenza generalizzata rendono l'accesso e l'assistenza difficile e pericolosa per le agenzie umanitarie e alimentano il fenomeno degli sfollati interni.
Questo genera dei siti provvisori o aree relativamente sicure come quelle di Hodaan, Karaan, Wadajir, Dayniile e di Afgoyee (che attualmente ospita più di 500.000 sfollati) difficilmente raggiungibili dalle organizzazioni umanitarie, che per arrivarci devono affrontare ostacoli quasi insormontabili se non addirittura crearsi degli eserciti in loco.
La sempre maggiore mancanza di sicurezza e la lunga siccità in Somalia stanno spingendo molte altre persone a fuggire più lontano, in paesi confinanti e anche oltre. Affidandosi a scafisti senza scrupoli, in migliaia rischiano la vita affrontando la pericolosa traversata del Golfo di Aden e del Mar Rosso per raggiungere lo Yemen o per arrivare in Europa attraverso il Mediterraneo. Ovviamente non tutti riescono ad arrivare a destinazione!
Oggigiorno la Somalia è uno dei Paesi con più rifugiati e sfollati interni del mondo. L’UNHCR fornisce protezione e assistenza a oltre 520.000 rifugiati somali nei Paesi limitrofi come Kenya, Yemen, Etiopia, Gibuti e Uganda. In base alle stime dell’ONU, 3 milioni e 800mila somali hanno immediata necessità di assistenza umanitaria, fra questi 1 milione e 500mila sfollati interni. la Somalia è teatro della peggiore crisi umanitaria a livello globale.
"Le donne ed i diritti umani in Somalia"
Intervento di Corina Allender
tradotto da Rosanna Morozzo
Introduzione
A prima vista, il concetto di diritti umani appare alquanto semplice. Il dizionario Merriam Webster afferma che i diritti umani sono “i diritti considerati come appartenenti fondamentalmente a tutte le persone”. Per stabilire più precisamente cosa ciò significhi il 10 dicembre 1948 l’Assemblea Generale dell’ONU adottò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che proclamava che “l’inerente dignità e i diritti inalienabili di tutti i membri della famiglia umana è alla base della libertà, giustizia e pace nel mondo”. In trenta articoli la dichiarazione afferma che i diritti umani spaziano dal diritto di accedere alla proprietà al diritto di non essere tenuto in stato di schiavitù. Benché la dichiarazione sia concepita per includere tutti, in realtà subdolamente esclude le donne. Il primo articolo dichiara che “Tutti gli essere umani sono nati liberi ed uguali per dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e consapevolezza e dovrebbero agire nei confronti degli altri con spirito di fratellanza”. Di certo l’uso della parola ‘fratellanza’ non è fatto con il proposito di escludere le donne, ma mette in evidenza una pecca nella dichiarazione, che non riesce a prendere in considerazione la disparità di genere e come ciò influisca sui diritti umani specificamente quelli riguardanti le donne.
I diritti umani delle donne
Per le donne i diritti umani sono particolarmente importanti. Il termine ‘diritti umani delle donne’ si riferisce semplicemente all’idea di migliorare lo status delle donne, ma anche l’inclusione della prospettiva e della vita delle donne nei principi e della pratica dei diritti umani. Malgrado l’idea di diritti umani sembri suggerire diritti eguali per uomini e donne, storicamente la marginalizzazione delle donne nell’ambito dei diritti umani non è stata altro che il riflesso della diseguaglianza di genere largamente presente nel mondo. Il Centro per la Leadership Globale delle Donne spiega il concetto dei diritti umani delle donne “esaminando il quadro dei diritti umani attraverso l’ottica di genere e descrivendo la vita delle donne sempre in questo quadro. In tale prospettiva, le donne hanno dimostrato come la definizione convenzionale dei diritti umani e la loro applicazione pratica non riesca a spiegare come le violazioni di diritti umani spesso colpiscano le donne in modo diverso proprio a causa del loro genere”. Questo vuol dire che oggi noi possiamo usare il concetto di diritti umani delle donne per offrire alle donne un lessico per definire e articolare le loro esperienze. Per le donne somale tale concetto incarna la promessa di creare un cambiamento in un paese colpito da una crisi umanitaria senza precedenti ed una lunga storia di discriminazione verso le donne.
A causa della instabilità politica della Somalia, la condizione dei diritti umani è gravemente carente sia per gli uomini che per le donne, ma la cultura tradizionale determina una ampia violazione dei basilari diritti umani delle donne. I problemi fondamentali che influenzano la diseguaglianza delle donne in Somalia sono la povertà, le mutilazioni genitali femminili, l’HIV/AIDS, la mancanza di istruzione,la mortalità infantile e materna, lo stupro, il traffico sessuale, la violenza e la discriminazione.
Povertà
Alcune persone sosterranno che la povertà è all’origine di molti altri problemi relativi ai diritti umani. Secondo Amnesty International la povertà è una violazione dei diritti umani perché “a nessuno dovrebbe essere negato il diritto ad una abitazione adeguata, al cibo, all’acqua e all’igiene, all’istruzione e all’assistenza sanitaria”. Coloro che vivono in povertà hanno meno possibilità di accesso a posizioni di potere create dalle politiche governative. In Somalia circa 43% della popolazione vive al di sotto del livello di povertà, e questa cifra aumenta maggiormente nelle aree rurali. La povertà in Somalia può essere attribuita ad una serie di fattori come la mancanza di un efficiente governo centrale, conflitti tra civili, calamità naturali quali inondazioni e siccità, terreno poco fertile e analfabetismo. Dopo la caduta del governo e lo scoppio della guerra civile nel 1990, il problema della povertà in Somalia si è ulteriormente aggravato. Nella maggior parte dei casi il fardello della povertà ricade sulle spalle delle donne, che sono già escluse dalle opportunità e dai servizi basilari come l’istruzione. La povertà delle donne è considerato un problema di sottosviluppo. Le donne dovrebbero svolgere un ruolo produttivo e hanno bisogno di guadagnare un reddito. Lo sviluppo è più efficiente ed efficace se realizzato attraverso il contributo economico delle donne, alle quali va dato maggior potere attraverso la fiducia ed eguali opportunità. Per rompere il ciclo della povertà bisogna iniziare dall’offrire le stesse opportunità di istruzione alle donne.
Mortalità infantile e materna
Sfortunatamente la povertà è accompagnata da molti altri problemi relativi ai diritti umani legati alla salute. In Somalia i tassi di mortalità della prima e seconda infanzia e quella materna sono tra i più alti del mondo, con un rapporto di mortalità materna di 1.044 per 100.000 nascite di bambini nati vivi; questo dato pone le donne somale nei gruppi ad altissimo rischio nel mondo. Secondo l’UNICEF le emorragie, il travaglio prolungato e difficoltoso, le infezioni e eclampsia sono le principali cause di morte di parto. L’anemia e le mutilazioni genitali femminili - dette anche infibulazione - hanno un impatto diretto ed aggravano queste condizioni. La scarsa assistenza prima, durante e dopo il parto, assieme ad una quasi totale mancanza di pronto soccorso ostetrico per affrontare le complicazioni del parto, aggravano ulteriormente gli alti tassi di mortalità e di disabilità.
Mutilazioni genitali femminili
Le mutilazioni genitali femminili ( di solito chiamate con l’acronimo FGM) non solo rendono il processo del parto difficile, ma causano alla donne somale una serie di problemi fisici e psicologici. Il più diffuso tipo di FGM praticato in Somalia è il Tipo 3 che è più nocivo e radicale dell’alternativo Tipo 1. In linea di principio tutte le donne somale sono soggette al Tipo 1 oppure al Tipo 3, e l’UNICEF stima che tra il 90 e il 98 % delle donne somale ha subito questa pratica. L’operazione, a cui di solito sono sottoposte bambine dell’età di sei o sette anni, consiste nel rimuovere almeno il clitoride e di solito tutti gli organi genitali esterni della bambina prima di cucire i lembi in modo che non vi siano aperture. Le gambe della bambina devono essere fasciate strette per i 40 giorni successivi all’operazione in modo che si formi il tessuto cicatriziale. Nelle città queste operazioni sono di solito praticate sotto anestesia, ma nelle zone più rurali l’operazione è condotta da una donna anziana senza alcun tipo di anestesia. Dopo l’operazione, se sopravvive, la bambina risulta dotata di una naturale cintura di castità che rende i rapporti sessuali e il partorire pericolosi e estremamente dolorosi. Occorre notare che in Somalia sono anche circoncisi i bambini maschi, ma la procedura meno invasiva non ha gli effetti catastrofici della circoncisione femminile.
La pratica delle FGM è un problema controverso per la diffusione con cui è radicata nella cultura e nei costumi in Somalia. Molti somali le considerano un obbligo religioso. La verginità e l’onore sono connessi a questa procedura poiché molti somali considerano che assicurare la virginità della bambina per mezzo dell’operazione equivalga a tutelare l’onore della famiglia. Nel caso in cui una donna riesca in qualche modo a sfuggire alle FGM è considerata dalla società come una donna di ‘facili costumi’. Malgrado il fatto che la società emargini le donne che non hanno sopportato il dolore delle FGM, vi sono donne somale che si sono impegnate per sradicare questa pratica fin dal 1977, e la comunità internazionale sostiene la loro lotta. L’Organizzazione Democratica delle Donne Somale, l’Istituto dell’Istruzione Femminile, UNICE, l’A associazione Italiane per le Donne e lo Sviluppo e Amnesty International tra gli altri, hanno tutti realizzato sforzi notevoli per far cessare la pratica delle mutilazioni genitali femminili. Queste organizzazioni hanno tentato di offrire alternative all’operazione, hanno tenuto seminari per sensibilizzare al problema, hanno sponsorizzato laboratori, hanno lanciato campagne basate su tematiche sanitarie e religiose, così come hanno tentato di migliorare le condizioni culturali, sanitarie e abitative delle donne. Al momento Amnesty International sta muovendosi per indurre l’Unione Europea ad impegnarsi per prevenire le FGM in un modo efficace e non giudicante. Malgrado gli sforzi di questi gruppi, le mutilazioni sono tuttora molto radicate nella cultura somala e c’è ancora tanto da fare per offrire alle donne delle forme alternative all’operazione che comporta tanti danni. Per sradicare le FGM dalle pratiche culturali della Somalia occorre diffondere largamente sia la conoscenza che la consapevolezza della questione. I capi di famiglia, i leaders religiosi e coloro che eseguono le FGM vanno informati che le FGM sono veri e propri delitti verso le donne, e che non devono essere condonati e camuffati come ‘pratica culturale o islamica’. Benché l’operazione sia intesa a ‘proteggere’ la verginità della donna, in realtà la ingabbia in un ruolo subordinato attraverso il controllo della sua sessualità.
Violenza contro le donne
Malgrado il fatto che la prevalente forma di violenza contro le donne in Somalia è rappresentata dalle FGM, anche la violenza sessuale sembra essere un grave problema. E’ difficile trovare statistiche in queste vicende perché l’applicazione delle leggi ignora i casi di stupro anche se dal punto di vista strettamente tecnico lo stupro è illegale. In generale l’affrontare i casi di stupro comporta che si raggiunga un” accordo” tra i clan della vittima e dello stupratore. Talvolta per salvaguardare l’onore della famiglia, le ragazze sono costrette a sposare gli uomini che le hanno violentate. In caso di matrimonio riparatore non vi è alcuna protezione legale della donna. La società considera questo tipo di stupro come la giusta soddisfazione del marito.
Lo stupro è un fenomeno diffuso in Somalia sia per una cultura di impunità, sia perché avviene in un paese instabile che il conflitto armato rende un luogo altamente pericoloso per le donne che vi vivono. Il rapporto del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite del 2009 sulla sicurezza umana nei paesi arabi spiega che “le aggressioni alle donne in tempo di guerra avvengono in un contesto di mancanza di legalità, di spostamenti e scontri armati, come in Somalia dove i ruoli di genere sono contrapposti. In questi teatri di conflitto, gli uomini sono spesso ricompensati per la loro insicurezza e perdita di dominio con la crescente aggressione verso le donne.” Un esempio di aggressione brutale e illegale appare chiaramente nella storia della tredicenne Aisha Ibrahim Duhulow, uccisa il 27 ottobre 2008. Aisha venne assassinata brutalmente da un gruppo di 50 uomini che la lapidarono a morte in uno stadio nel sud della Somalia di fronte a 1.000 spettatori. Fu accusata di adulterio che è una violazione della legge islamica, ma suo padre e altre fonti hanno riferito a A:I: che in verità lei era stata stuprata da tre uomini ed aveva tentato di riportare lo stupro alle autorità militari di al-Shabab che controllano la zona di Kismayo. Come risultato di questo suo gesto fu accusata di adulterio ed arrestata. Nessuno degli uomini da lei accusati di stupro venne arrestato.
Conclusioni
In Somalia i diritti umani delle donne sono in condizioni spaventose. In generale i loro diritti sono gravemente limitati dal fatto stesso che vivono in un società massimamente patriarcale e non sono protette da un governo stabile con un sistema giudiziario corretto. Dal punto di vista legale gli uomini sono considerati i capi delle famiglie, e ciò automaticamente colloca le donne in una posizione di subordinazione. Le donne si trovano ad affrontare la discriminazione per quanto riguarda i diritti di proprietà e di eredità, la custodia dei figli, e anche tra le altre la libertà di abbigliamento. Le donne non hanno eguale accesso all’istruzione, cosa che automaticamente limita le loro capacità di lavorare e liberarsi dal ciclo della povertà. Le donne possono dare un forte contributo alla crescita della Somalia, ma finché non godranno degli stessi diritti umani degli uomini non potranno valorizzare queste loro potenzialità.
0 commenti:
Posta un commento